venerdì 8 febbraio 2013
E' stato bello, arrivederci a tutti.
Che non fossi fatta per fare la blogger si sapeva.
Ci avevo provato, più e più volte ad avere questo web sulla punta delle dita.
Cominciando da myspace, che in realtà è solo un punto d'inizio di quanto mi ha portato fino a qui, ed io non potevo saperlo quel noioso martedì sera del duemilasette a ventidueanni, secondo anno di università e tutta la vita davanti, che ora praticamente sembra passata una vita.
Ero una persona diversa, non so se migliore. Più magra sicuramente, più bella non so, del resto i segni del tempo non necessariamente devono essere un male, più spensierata forse.
Ero La Ragazza con le Converse che ascoltava i Cure, che sognava l'Amore Ideale, quello che a vent'anni per fortuna hai il lusso di poter sognare. Mi portavo dentro gusti e passioni acerbe. Avevo lasciato un fidanzato a cui ero legata con il cordone ombelicale. Potevo permettermi di essere affamata e folle, e meno male che l'ho fatto perchè quel tempo non tornerà mai più e adesso ogni anno è una mandata in più ad avvitarmi la testa sulle spalle.
E' stato in un certo senso per tutta una serie di cose che partono da lì che ora sono qui in una casa con una libreria rosa che non ci piace, sto insieme a quello che reputo l'uomo della mia vita e ho smesso di sognare come allora.
Che dire. Ci ho provato e non dico che questi anni siano stati tempo perso. Volevo scrivere e raccontare storie, ma per farlo si deve avere la giusta distanza con il proprio io. Rendendomi conto che era diventato l'ennesimo secchio in cui riversare il male di vivere ho lasciato perdere questo blog, di nuovo.
Non riuscivo ad essere arguta, ironica, sensibile come avrei voluto.
Poi mi sono lanciata in un progetto parallelo, dove alla fine mi sono ritrovata a seguire uno schema preimpostato, io che volevo scrivere. E allora ho lasciato perdere.
Ci ho tenuto a farvi sapere che mi ero laureata, perchè le cose importanti vanno condivise.
Ma adesso è tempo di prendermi una pausa. O quantomeno dargli un nome, visto che la pausa dura da mesi ormai. Vedere che questo posto giace in un angolo del web, dimenticato, mi fa male.
E quindi arrivederci a tutti, non sparirò, ogni tanto mi vedrete far capolino nei vostri commenti, e chissà che un giorno non decida di ricominciare daccapo. Ora no, ora sento che le mie energie debbano essere direzionate tutte per trovare una strada che sia mia.
Grazie a chi è passato di qua, a chi da amico di penna virtuale è diventato un amico vero, a chi mi ha lasciato un pensiero, chi mi ha regalato un sorriso. A tutte le persone che altrimenti non avrei incontrato sulla mia strada.
Nella prima giornata di Sole da quando il tempo si è fermato di nuovo, questo non è un addio, ma un arrivederci.
Paola
mercoledì 7 novembre 2012
Up
Ultimamente mi perdo.
Mi sento delusa. Dal lavoro, dalla mia vita, dalla mia famiglia.
Se dovessi dire di essere felice in questo momento della mia vita forse mentirei. Direi piuttosto che non mi lamento e che potrebbe andare peggio.
In ogni caso oggi mi sento anche in vena di raccontare una storia, e per far questo dobbiamo fare qualche passo indietro, di almeno sei o sette anni, in una fredda aula universitaria dall'acustica discutibile, ricavata in un vecchio capannone, nel cuore del nulla industriale appena fuori Firenze.
Diapositive che scorrono e raccontano le forme organiche di Gaudì, l'architetto di Dio, e lo mettono in netta contrapposizione con Le Corbusier, che da sempre invece va predicando il rigore della Forma Geometrica come unica via progettuale possibile e mette in guardia i posteri con le sue Tre Avvertenze agli Architetti. E ancora scorrono nomi, Bauhaus, Gropius, Alvar Aalto, Joe Colombo e i suoi moduli abitativi, l'utopia degli anni '60, il Radical Design, Sapper e Zanuso e i loro progetti per Brionvega.
E' la prima vera lezione di storia del Design della mia vita e io sono estasiata.
Anche quello forse per certi versi non è un gran periodo per me, ma ho 20 anni e sono totalmente conquistata, per non dire innamorata di quello che sto facendo. Intervengo, faccio domande, colta dalla Sindrome Del Primo della Classe, forse anche meno, mi direi adesso. Le diapositive vanno avanti, Frank Lloyd Wright e l'edificio del Gugghenheim di New York, io che non manco di far notare che ci sono stata - e ho visto anche una mostra di Robert Mapplethorpe - a differenza della maggior parte dei presenti alla lezione.
Che entusiasmo, credo ancora alla favola che per me sarà diverso, ancora non so immaginare che ci vorranno quasi sette anni per uscire di là. Ma non è qui che voglio arrivare.
Un progetto in particolare cattura la mia attenzione. Si tratta di una serie di sedute in poliuretato rivestito di maglina elastica, dalla forma organica, confezionate in un packaging alto non più di 10 cm. E' come se fossero sottovuoto, spiega il professore, l'intrigo, l'effetto scenografico di questo progetto è proprio l'apertura della confezione, è lì che l'oggetto si reimpossessa della sua forma. Si gonfia, verso l'alto. E' la Serie UP di Gaetano Pesce. Up 5, la più significativa della serie, è una poltrona che vuole evocare le sinuosità della forma femminile, suggellata dalla presenza maschile: un pouf a forma di palla. Una palla al piede. Sublime.
Diventa per gli anni a seguire la poltrona del mio cuore. Non manco di inserirla negli allestimenti che progetto per gli esami, sogno un giorno di poterci sprofondare per leggere il giornale.
E poi gli anni passano, la mia palla al piede diventano l'università e mille problemi, la fatica e la stanchezza vanno a coprire un entusiasmo che io non so più ritrovare.
Il resto è storia, alla fine ce la faccio, l'università la finisco ed ora eccomi qua, a cercare lavoro, a fare lavori precari, a riciclarmi in altro, invece di fare il progettista. Sì perchè io alla parola designer, o peggio ancora CREATIVO, termine abusato da gente che pensa che basti mettersi un paio di occhiali dalla montatura spessa per coltivare il proprio genio, preferisco definirmi progettista (con una piccola eccezione per la biografia di questo blog).
Ed è con questi pensieri in testa e con una lucina di entusiasmo accesa nel mio cuore che stasera me ne sono andata ad assistere alla lectio magistralis, in occasione del Florens 2012 (googlate), di uno che il design l'ha praticamente inventato.
Sentivo di doverlo ringraziare perchè se ho scelto di diventare progettista è anche grazie al suo lavoro.
E così ho fatto, stringendogli la mano. E lui mi ha sorriso e mi ha detto che era lusingato. Io ho risposto che ci si prova. E poi a dir la verità non ci ho capito più nulla, perchè l'emozione è così.
Anche se è una strada in salita e non tutti credono in te, altri invece capiscono perfettamente dove stai andando a parare. Avevo bisogno di queste parole per ritrovare un po' quell'entusiasmo ormai dimenticato. E di questo non posso che dire grazie al Maestro Gaetano Pesce.
"Il futuro e' il miglior tempo che esista perche' si apre a qualsiasi possibilita', puo' prendere la forma che vogliamo." (Gaetano Pesce, Florens 2012)
Mi sento delusa. Dal lavoro, dalla mia vita, dalla mia famiglia.
Se dovessi dire di essere felice in questo momento della mia vita forse mentirei. Direi piuttosto che non mi lamento e che potrebbe andare peggio.
In ogni caso oggi mi sento anche in vena di raccontare una storia, e per far questo dobbiamo fare qualche passo indietro, di almeno sei o sette anni, in una fredda aula universitaria dall'acustica discutibile, ricavata in un vecchio capannone, nel cuore del nulla industriale appena fuori Firenze.
Diapositive che scorrono e raccontano le forme organiche di Gaudì, l'architetto di Dio, e lo mettono in netta contrapposizione con Le Corbusier, che da sempre invece va predicando il rigore della Forma Geometrica come unica via progettuale possibile e mette in guardia i posteri con le sue Tre Avvertenze agli Architetti. E ancora scorrono nomi, Bauhaus, Gropius, Alvar Aalto, Joe Colombo e i suoi moduli abitativi, l'utopia degli anni '60, il Radical Design, Sapper e Zanuso e i loro progetti per Brionvega.
E' la prima vera lezione di storia del Design della mia vita e io sono estasiata.
Anche quello forse per certi versi non è un gran periodo per me, ma ho 20 anni e sono totalmente conquistata, per non dire innamorata di quello che sto facendo. Intervengo, faccio domande, colta dalla Sindrome Del Primo della Classe, forse anche meno, mi direi adesso. Le diapositive vanno avanti, Frank Lloyd Wright e l'edificio del Gugghenheim di New York, io che non manco di far notare che ci sono stata - e ho visto anche una mostra di Robert Mapplethorpe - a differenza della maggior parte dei presenti alla lezione.
Che entusiasmo, credo ancora alla favola che per me sarà diverso, ancora non so immaginare che ci vorranno quasi sette anni per uscire di là. Ma non è qui che voglio arrivare.
Un progetto in particolare cattura la mia attenzione. Si tratta di una serie di sedute in poliuretato rivestito di maglina elastica, dalla forma organica, confezionate in un packaging alto non più di 10 cm. E' come se fossero sottovuoto, spiega il professore, l'intrigo, l'effetto scenografico di questo progetto è proprio l'apertura della confezione, è lì che l'oggetto si reimpossessa della sua forma. Si gonfia, verso l'alto. E' la Serie UP di Gaetano Pesce. Up 5, la più significativa della serie, è una poltrona che vuole evocare le sinuosità della forma femminile, suggellata dalla presenza maschile: un pouf a forma di palla. Una palla al piede. Sublime.
Diventa per gli anni a seguire la poltrona del mio cuore. Non manco di inserirla negli allestimenti che progetto per gli esami, sogno un giorno di poterci sprofondare per leggere il giornale.
E poi gli anni passano, la mia palla al piede diventano l'università e mille problemi, la fatica e la stanchezza vanno a coprire un entusiasmo che io non so più ritrovare.
Il resto è storia, alla fine ce la faccio, l'università la finisco ed ora eccomi qua, a cercare lavoro, a fare lavori precari, a riciclarmi in altro, invece di fare il progettista. Sì perchè io alla parola designer, o peggio ancora CREATIVO, termine abusato da gente che pensa che basti mettersi un paio di occhiali dalla montatura spessa per coltivare il proprio genio, preferisco definirmi progettista (con una piccola eccezione per la biografia di questo blog).
Ed è con questi pensieri in testa e con una lucina di entusiasmo accesa nel mio cuore che stasera me ne sono andata ad assistere alla lectio magistralis, in occasione del Florens 2012 (googlate), di uno che il design l'ha praticamente inventato.
Sentivo di doverlo ringraziare perchè se ho scelto di diventare progettista è anche grazie al suo lavoro.
E così ho fatto, stringendogli la mano. E lui mi ha sorriso e mi ha detto che era lusingato. Io ho risposto che ci si prova. E poi a dir la verità non ci ho capito più nulla, perchè l'emozione è così.
Anche se è una strada in salita e non tutti credono in te, altri invece capiscono perfettamente dove stai andando a parare. Avevo bisogno di queste parole per ritrovare un po' quell'entusiasmo ormai dimenticato. E di questo non posso che dire grazie al Maestro Gaetano Pesce.
"Il futuro e' il miglior tempo che esista perche' si apre a qualsiasi possibilita', puo' prendere la forma che vogliamo." (Gaetano Pesce, Florens 2012)
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martedì 16 ottobre 2012
Rompere il silenzio
Avevo rimosso questo blog scalcagnato dai miei imminenti progetti di vita.
Dopotutto era bello lasciarvi con un lieto fine, una laurea cum laude, una bella nipotina bionda e con gli occhi azzurri che tutte le volte che la guardo e lei mi sorride senza denti non posso fare a meno di chiedermi per quale bizzarro scherzo del destino lei e io siamo parenti.
Però qualche commentatore ignaro del mio disinteresse è comunque passato di qua e mi ha spinto a rompere questo silenzio, senza togliere che in questi giorni si festeggiano i 90 adepti (daigazzoooo!!)
Forse avevo finito le cose da dire.
Di sicuro tutti questi cambiamenti hanno cambiato anche me, di conseguenza anche questo blog necessita di cambiamento, e sono qui per scrivere che sto pensando a riprendere in mano la situazione.
Non so come, non so quando, ma almeno questo è un inizio.
Non so come, non so quando, ma almeno questo è un inizio.
Stay tuned.
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venerdì 25 maggio 2012
Per Anita
C'era una volta un altro fagiolino.
Un fagiolino che stava come d'autunno sugli alberi le foglie.
Che poi pensavamo fosse un fagiolino maschio, ma era un fagiolino femmina, meno male.
E non sapevamo come ti saresti chiamata.
Chissà..Teresa come la Nonna, Cecilia come voleva il Babbo..Giuseppa, come diceva Pietrino.
Il guaio che hai combinato a nascere nella nostra famiglia non lo sai ancora.
E non sai ancora tante cose, ma prendendoti per la tua manina te le insegneremo tutte.
Alcune invece le scoprirai pianino pianino da sola.
Per te, Anita, comincia il Grande Gioco.
Spero con tutto il cuore che a giocarlo ti divertirai, mio piccolo raggio di sole.
Zia Paola
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domenica 6 maggio 2012
E' primavera, svegliatevi cretini
E mentre la vita è sempre più dura, il lavoro non si trova - Ma che bella tesi! Che bel portfolio! Ma che curriculum creativo, sai usare un sacco di programmi, brava! Ci vieni a lavorare gratis per noi? Ti diamo i buoni pasto in cambio delle tue idee. No, non ti assumeremo dopo, stiamo mandando via un sacco di gente. Però a fare la schiava qui puoi fare molta esperienza, la metti nel curriculum - ci si scambia idee, esperienze, speranze e direzioni e poi ci si deprime.
Si guarda con ammirazione a quelli arrivati - un parolone! - e ci si chiede come abbiano fatto.
Sono stato fortunato, ti rispondono in tanti. E' vero. Ormai non basta essere solo bravi, rimboccarsi le maniche, mettercela tutta. Ci vuole anche molta, ma molta fortuna.
Per consolarsi si fa di quello shopping che non ci si può permettere. E infatti più che altro sono regali.
Però dai, non è andata male. In un certo senso un po' fortunata lo sono anche io.
Smalti Chanel, Dior
Borsa The Cambridge Satchel Company
Foulard H&M man
Vestito e taccuini Petit Bateau
Ballerine Glue Cindirella e lampada Bourgie Kartell
Bracciale Angela Caputi
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mercoledì 2 maggio 2012
Forza e coraggio che dopo aprile viene maggio
Ecco non so bene da che parte cominciare.
Perchè sono successe molte cose e io, in balia degli eventi, non mi sono ancora seduta a pensare.




Riposati, mi hanno detto, perchè non ti fai un viaggio?
Il social network, dopo momenti bruttissimi, in cui ho fatto della mia laurea un reality show, adesso tace.
Ho aspettato quel giorno neanche fosse quello del mio matrimonio.
E senza volerlo è già passato quasi un mese.
Non ho ancora fatto la festa e nemmeno so se la farò.
Ma per un giorno sono stata finalmente io la principessa con la corona d'alloro (e un bouquet di tulipani).
Una principessa da centodieci su centodieci, virgola, e lode. E "virgola, e lode" te lo dicono solo quando la lode te la danno.
C'erano tutti: la mia mamma le mie belle sorelle di cui una in formato matrioska (cit.), mio fratello, mio cognato, il mio nipotino - che per l'occasione ha imparato a dire dottttoressa, una parola difficilissima per lui - il mio fidanzato (anche i suoceri!) e tanti amici.
E sorridevano. E anche io a dire la verità dalla lode in poi non l'ho potuto più trattenere il sorriso, che è rimasto lì, per giorni e giorni, e l'ho portato con me anche da papà, in Via delle Porte sante, insieme a qualche tulipano e un mazzetto di alloro.
Quel che mi rimane è una certa smania di inseguire i miei sogni, ma nemmeno io in fondo so bene quali siano, ma questa è un'altra storia. No, dopo non lo so cosa farò, non ancora.
Quel che mi rimane è una certa smania di inseguire i miei sogni, ma nemmeno io in fondo so bene quali siano, ma questa è un'altra storia. No, dopo non lo so cosa farò, non ancora.
Ma mentre ci penso beccatevi le foto. A onor del vero quel vestito di COS avrei dovuto metterlo senza calze e con le Chloè. Ma fuori faceva brutto e ho dovuto ripiegare su calze nere e francesine (che sono di un numero più grande ma non ditelo a nessuno, che per sessanta euri da Scarpe & Scarpe avrei comprato anche voi).
E poi ad un certo punto la mia amica Cecilia mi ha fatto la doccia con lo spumante.



Sono felice di riferire che è andato tutto come si immaginava Irene, anche se lei fisicamente non era presente, ma col cuore sì e io sono una bestiaccia che non le ho nemmeno mandato un messaggio, ma scusami Irene, da un certo momento in poi oltre al cellulare ho spento anche il cervello.
Le foto di questo post sono di Samuele Paladini
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giovedì 29 marzo 2012
Confini
Torno dopo mesi di assenza per raccontarvi una storia.
Qualche mese fa, quasi per gioco, con alcuni amici, ci siamo buttati in questa avventura.
Tra questi anche Samu, che era un bel po' che non prendeva in mano la macchina fotografica, ed io che non avevo mai fatto qualcosa del genere.
Quello che è venuto fuori potete vederlo al Centro Giovani di Piombino fino all'8 aprile, se siete in zona.
Di seguito pubblico il mio progetto, sviluppato sul tema che ci siamo dati, "Confini".
Immagini rubate nel corso del 2010, anno in cui, mio malgrado, mi sono spesso trovata vagare per il corridoio di un ospedale.
Immagini con cui avevo in mente da tempo di farci qualcosa e allora mi sono detta perchè no.
In tutto questo il 12 aprile finalmente mi laureo.
"Il corridoio di un ospedale. Luogo di passaggio, luogo di attesa, spazio di confine.
Con il dolore della malattia, l’impotenza di fronte alla morte, la gioia di una nuova vita che viene alla luce, la paura della perdita, l’angoscia, il sollievo.Tutto questo in qualche modo diviene confine con il proprio io.
Rubare uno scatto si trasforma quindi in un gesto liberatorio, capace di esorcizzare la realtà; l’immagine fotografica è solo un pretesto per colei che sta dietro l’obiettivo, la quale cerca di fermare un frammento di questo ”qui e ora” così determinante, così prezioso. "
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